The Guardian legge il boom dell’intelligenza artificiale attraverso una serie di indicatori che, più che confermare una crescita lineare, mettono in luce una tensione strutturale: da un lato la velocità dell’adozione, dall’altro la fragilità delle aspettative economiche che la sostengono.
A trainare il mercato sono le cosiddette “Magnifiche sette” — Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla — protagoniste di un rally che ha spinto l’S&P 500 a crescere di quasi l’80% in cinque anni. Ma dietro la performance si nasconde una concentrazione senza precedenti: secondo Jim Bianco (Bianco Research), appena 41 titoli legati all’IA rappresentano ormai quasi metà della capitalizzazione dell’indice. Le valutazioni si reggono in larga parte su promesse di ritorni futuri, mentre Goldman Sachs stima che la spesa globale in infrastrutture per l’IA possa più che raddoppiare, passando da 765 miliardi di dollari nel 2025 a 1.600 miliardi entro il 2031.
Sul fronte dell’adozione, i numeri sono già da economia matura: circa l’80% delle aziende utilizza strumenti di IA e ChatGPT ha raggiunto un miliardo di utenti mensili. Intanto la competizione si intensifica: Anthropic sta recuperando terreno su OpenAI e, secondo le proiezioni Kentik, potrebbe superarla per traffico già nei mesi estivi. Tuttavia, emergono le prime crepe: i costi per token sono in aumento e molte imprese faticano a dimostrare un ritorno concreto in termini di produttività. Parallelamente, le capacità dei modelli continuano a crescere a ritmi esponenziali — raddoppiando ogni quattro mesi secondo METR — ma l’impatto sul lavoro resta limitato. Come osserva Bouke Klein Teeselink (King’s College London), l’ostacolo principale è l’integrazione nei processi reali, ancora lontana dall’essere risolta.
Anche sul piano infrastrutturale il quadro è ambivalente. JLL prevede la costruzione di 100 GW di nuovi data center entro il 2030, ma non è affatto certo che le risorse — energetiche e pubbliche — siano sufficienti a sostenere questa espansione, come sottolinea Cecilia Rikap (UCL). Nel frattempo, un economista di Harvard stima che il 92% della crescita del PIL statunitense nel primo semestre del 2025 sia già trainato dagli investimenti in infrastrutture legate all’IA.
Il risultato è un equilibrio instabile: un’economia sempre più dipendente dall’intelligenza artificiale, ma ancora incapace di dimostrarne fino in fondo la sostenibilità.
