Mentre in molti aspettano ancora l’arrivo dei Ray-Ban Meta Display, Meta continua a sviluppare nuove funzionalità per i suoi occhiali intelligenti. L’ultima, destinata a far discutere, riguarda un sistema di riconoscimento facciale chiamato Name Tag, che secondo quanto riportato dal The New York Times sarebbe in fase di studio per l’integrazione nei Ray-Ban Meta.
La funzione permetterebbe di identificare le persone incontrate e ricevere in tempo reale informazioni contestuali. Un’innovazione che, sulla carta, può apparire utile; nella pratica apre interrogativi evidenti sul piano della privacy. Non si tratterebbe di un riconoscimento indiscriminato di chiunque, ma di un sistema limitato, ad esempio, a persone già collegate all’utente sulle piattaforme Meta o a profili pubblici su social come Instagram. Anche così, però, il perimetro resta sensibile.
Il tema dei diritti civili e della gestione dei dati biometrici continua ad alimentare il dibattito, anche negli Stati Uniti, e non è la prima volta che gli occhiali Meta finiscono al centro di polemiche. Essere riconoscibili in strada attraverso un dispositivo indossabile non è necessariamente un vantaggio per chi, pur avendo un profilo pubblico, preferisce mantenere un certo grado di anonimato. È plausibile che eventuali meccanismi di opt-out o limitazioni preventive diventino parte integrante del sistema, ma al momento è prematuro trarre conclusioni definitive.
Il contesto è quello di un mercato degli smart glasses in forte fermento. Oltre a Meta, anche Apple, Google e Samsung stanno lavorando a propri modelli, con le ultime due considerate in fase avanzata di sviluppo. Il debutto del dispositivo Samsung è atteso entro l’anno. La competizione si giocherà sulle funzionalità, ma la fiducia degli utenti potrebbe rivelarsi un fattore altrettanto decisivo.
Il progetto Name Tag sarebbe in discussione interna già dall’inizio dello scorso anno. Un dettaglio che assume peso se si ricorda che nel 2021 Facebook aveva dismesso il proprio sistema di riconoscimento facciale per il tagging automatico delle foto, invocando la necessità di bilanciare innovazione e tutela della privacy. Oggi la direzione sembra diversa. Negli Stati Uniti il margine normativo potrebbe essere più ampio; in Europa, alla luce delle attuali regole sulla protezione dei dati, una funzione simile potrebbe incontrare ostacoli significativi.
La partita, insomma, non riguarda solo la tecnologia, ma il confine tra comodità e sorveglianza.
