200 miliardi annunciati, ma i soldi sono difficili da tracciare

L’Europa vuole costruire una propria industria dell’intelligenza artificiale, ma per ora il progetto procede più lentamente delle ambizioni annunciate. A diciotto mesi dal lancio di InvestAI, il grande piano europeo per mobilitare fino a 200 miliardi di euro nel settore, molti degli strumenti previsti non sono ancora pienamente operativi e le infrastrutture più ambiziose sono ancora in fase di selezione.

Il piano era stato presentato nel febbraio 2025 dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con l’obiettivo di rafforzare la capacità industriale europea attraverso investimenti in aziende tecnologiche, data center e infrastrutture per il calcolo ad alte prestazioni. Ma quei 200 miliardi non corrispondono a un unico fondo europeo pronto per essere speso. Si tratta piuttosto di un obiettivo di investimento che combina risorse pubbliche e capitali privati: circa 50 miliardi dovrebbero arrivare dall’Unione, mentre altri 150 miliardi rappresentano investimenti privati che Bruxelles punta a mobilitare.

Anche i 50 miliardi europei, però, non costituiscono un fondo unico. Una parte, circa 20 miliardi, è destinata alle cosiddette AI Gigafactories, mentre il resto passa attraverso strumenti già esistenti o di nuova creazione: Horizon Europe, Digital Europe, InvestEU, finanziamenti della Banca europea per gli investimenti e del Fondo europeo per gli investimenti, oltre alle piattaforme InvestAI e TechEU. Una struttura articolata che rende più complesso seguire il percorso delle risorse.

È proprio questo uno dei punti critici evidenziati dalla Corte dei conti europea. Non esiste infatti una contabilità unica degli investimenti europei nell’intelligenza artificiale. Per ricostruire quanto viene effettivamente destinato al settore è necessario incrociare programmi e strumenti differenti. Nel sistema previsto da InvestAI, inoltre, il denaro può passare dalla Commissione alla Bei, quindi al Fei, ai fondi di venture capital e infine alle imprese. Una filiera lunga che rende più difficile sapere con precisione chi riceve i finanziamenti, quando e a quali condizioni.

La Banca europea per gli investimenti rappresenta uno dei nodi principali di questa architettura. Negli ultimi cinque anni il gruppo Bei ha finanziato quasi 6 miliardi di euro in progetti legati all’intelligenza artificiale. Parallelamente, la Bei ha portato a 22 miliardi nel 2025 il finanziamento complessivo destinato all’innovazione tecnologica e ha lanciato TechEU, un programma che punta a mettere a disposizione 70 miliardi di euro entro il 2027, con l’obiettivo di mobilitare complessivamente 250 miliardi di investimenti.

Il problema, quindi, non riguarda soltanto la quantità di denaro annunciata, ma la capacità di trasformare gli annunci in investimenti verificabili e coordinati. Già nel 2024 la Corte dei conti aveva chiesto alla Commissione di rafforzare la governance e il monitoraggio degli investimenti nell’IA. Bruxelles ha accolto solo in parte le raccomandazioni, senza introdurre, per esempio, obiettivi nazionali vincolanti per gli investimenti degli Stati membri. Il banco di prova saranno ora le AI Gigafactories, i grandi centri europei destinati a fornire capacità di calcolo per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. A fine luglio EuroHPC ha aperto la gara per la realizzazione di fino a sette strutture, raccogliendo 77 manifestazioni di interesse provenienti da 16 Stati. Ma la costruzione della prima Gigafactory non è prevista prima del 2027.

Il paradosso europeo è così evidente: mentre l’Unione ha costruito uno dei sistemi regolatori più avanzati al mondo sull’intelligenza artificiale, sul fronte industriale deve ancora trasformare una grande promessa finanziaria in una macchina di investimenti pienamente operativa. E nella corsa globale al calcolo, ogni ritardo rischia di aumentare il divario con Stati Uniti e Cina.