Il 25 marzo 2026 una giuria della California ha emesso un verdetto destinato a segnare un punto di svolta per le big tech: Meta e Google sono state ritenute responsabili per negligenza nella progettazione delle loro piattaforme, accusate di aver contribuito a creare dipendenza e danni psicologici tra gli utenti più giovani. La decisione arriva al termine di un processo ad alta esposizione mediatica, considerato un caso pilota per migliaia di procedimenti analoghi pendenti nello Stato.

La giuria ha stabilito un risarcimento complessivo di 6 milioni di dollari — 4,2 milioni a carico di Meta e 1,8 milioni per Google. Una cifra marginale rispetto alle dimensioni dei due gruppi, ma dal forte peso simbolico: per la prima volta negli Stati Uniti viene riconosciuto che il design dei social media può rappresentare un rischio per i minori, aprendo a nuove forme di responsabilità legale. La notizia è stata rilanciata da testate come il The New York Times e Good Morning America.

Il procedimento è stato avviato da Kaley, oggi ventenne, che ha raccontato come un uso precoce e intensivo di YouTube e Instagram l’abbia portata a sviluppare un rapporto compulsivo con i social. Tra gli elementi contestati figurano lo scroll infinito, i sistemi di raccomandazione e le notifiche continue, considerati strumenti progettati per prolungare l’uso anche tra i minorenni.

Secondo la giuria, le aziende non hanno fatto abbastanza per informare sui potenziali effetti nocivi, pur disponendo di studi interni che evidenziavano rischi crescenti per la salute mentale di bambini e adolescenti. I legali della giovane parlano di “segnale storico” per l’intero settore: la responsabilità, sostengono, non può più essere elusa.

Il caso passerà ora in appello, ma il verdetto di Los Angeles segna comunque un precedente rilevante. La protezione legale di cui hanno goduto per anni le piattaforme, soprattutto in relazione ai contenuti pubblicati dagli utenti, potrebbe non bastare più. Al centro del contenzioso entra il design stesso dei servizi.

Per le big tech si apre così una nuova fase, in cui le sfide non sono più soltanto tecnologiche ma anche giuridiche. E per le famiglie, la vicenda di Kaley diventa il simbolo di un dibattito globale sull’impatto dei social media sulle nuove generazioni.